Lo guardo con occhi trasognati, lo appoggio sul tavolo e ci giro intorno per osservarlo da ogni angolazione, quasi che solo così potessi avere la certezza di rivivere tutto, senza tralasciare nulla; leggo il monito scritto a caratteri neri sulla stoffa viola e mi voglio convincere che basti ripeterlo dentro di me per ottenere l'effetto taumaturgico invocato. Mi sento stregata da quel sacchetto, vorrei aprirlo, guardare dentro e prendere la sabbia tra le mani, affondare le dita e scavare, ma resisto alla tentazione, perchè temo che toccarne anche solo un granello alteri la perfezione dei momenti vissuti anche nel mio ricordo.
Con devozione quasi pagana, contemplo il mio sacchetto e neppure sfioro il laccio, quasi che sfilarne i capi provochi la dispersione di ogni attimo, esponendolo all'oblio.
Lo annuso, cerco di sentire il mare attraverso la stoffa e di risentire con le orecchie le parole sussurrate e gridate, ma anche di ascoltare quelle non dette ma espresse con le mani, lo sguardo e il cuore e di trovare così nuove interpretazioni della vita e nuovi punti di vista sulla realtà.
I granelli di sabbia sono per definizione infiniti, non basterebbe la mia capacità di contare per enumerare ogni sensazione, traboccata dentro alla fine di un percorso in perenne divenire e affiorata grazie a preziosi quanto insperati incontri.
La consistenza del sacco mi fa capire il peso di certi istanti, talmente veri da scavare un solco così profondo da non poter non essere indelebile.
La superficie è dura, se cerco di spingere un dito sulla stoffa a mala pena ne resta un'impronta, così come inscalfibili restano certe esperienze.
Lo colloco con cura in un punto della stanza ben visibile da ogni zona della mia casa: devo poterlo ritrovare ad ogni rigurgito di nostalgia, per sapere che è finito il tempo di spalare le macerie e che è iniziato quello di rimboccarsi le maniche per scavare nuove fondamenta.
La certezza che qualcosa è cambiato non mi spaventa, mi affascina, ma mi lascia sgomenta quando temo di non saper trovare le risorse per il nuovo inizio.
Ho il terrore di vanificare il lavoro di ricerca, che mi è costato sudore e fatica e molto, moltissimo tempo e un dolore incommensurabile e di sprecare l'eccezionalità della scoperta quasi fortuita e improvvisa, sicuramente perfetta nella sua epifania.
Guardo fuori dall'abbaino, questa volta niente luna, il diluvio universale ha appena finito di sfogarsi ed io invoco, ancora una volta, la mia quiete dopo la tempesta.
sabato 3 settembre 2011
Ritorno
Dalla cornice dell'abbaino parlo a quello spicchio di luna che, mentre impallidisce il mio volto, illumina anche il mio mare a chilometri di distanza.
Ascolto "Talking to the moon" di Bruno Mars come un canone in crescendo, con la stessa intensità dei miei palpiti, e a ripetizione, ubriacata da questo cortocircuito musicale che segue la concitazione dei miei pensieri in inarrestabile elaborazione e mi domando se anche i miei vicini si stiano chiedendo se sono pazza.
Quella canzone è la colonna sonora perfetta di questa malinconia che non so scacciare, felice in qualche modo di farmi travolgere dai suoi spasmi, che solo vivendo posso percepire come una fase dolorosamente necessaria.
Il tempo si srotola e sfugge, passano i minuti, forse le ore, scorrono i pensieri e le emozioni di queste settimane, la consapevolezza del non ritorno e la certezza che qualcosa è cambiato, il rimpianto per ogni istante vissuto davvero.
Avverto chiara la voglia di ricominciare da questa nuova presa di coscienza, ma non riesco a liberarmi dal nostalgico desiderio di rivivere ogni istante.
Un velo di lacrime avvolge il mio cuore, con potenza inversamente proporzionale a quanto i miei occhi non sappiano piangere e mi chiedo se la commozione sia quella suscitata da un tramonto o da una nuova alba.
Aspetto il sonno come una panacea, ma non mi illudo se dico che sarà solo un placebo.
Che fantastica storia è la vita!
Ascolto "Talking to the moon" di Bruno Mars come un canone in crescendo, con la stessa intensità dei miei palpiti, e a ripetizione, ubriacata da questo cortocircuito musicale che segue la concitazione dei miei pensieri in inarrestabile elaborazione e mi domando se anche i miei vicini si stiano chiedendo se sono pazza.
Quella canzone è la colonna sonora perfetta di questa malinconia che non so scacciare, felice in qualche modo di farmi travolgere dai suoi spasmi, che solo vivendo posso percepire come una fase dolorosamente necessaria.
Il tempo si srotola e sfugge, passano i minuti, forse le ore, scorrono i pensieri e le emozioni di queste settimane, la consapevolezza del non ritorno e la certezza che qualcosa è cambiato, il rimpianto per ogni istante vissuto davvero.
Avverto chiara la voglia di ricominciare da questa nuova presa di coscienza, ma non riesco a liberarmi dal nostalgico desiderio di rivivere ogni istante.
Un velo di lacrime avvolge il mio cuore, con potenza inversamente proporzionale a quanto i miei occhi non sappiano piangere e mi chiedo se la commozione sia quella suscitata da un tramonto o da una nuova alba.
Aspetto il sonno come una panacea, ma non mi illudo se dico che sarà solo un placebo.
Che fantastica storia è la vita!
giovedì 1 settembre 2011
Partire
Mi chiedo perchè debba passare la vita a rincorrere sogni e rimpiangere occasioni perse o finite troppo presto.
Ogni partenza per un viaggio, per una meta nota o meno, è accompagnata da un mal di pancia irrazionale, figlio diretto della paura di tutto ciò che è nuovo, e poi, ogni nuova esperienza, prima di sublimarsi nella dolcezza del ricordo, passa ostinatamente peri cocci aguzzi della nostalgia.
Ogni volta è così e ogni volta, nonostante sappia che per me è fisiologico, ci ricasco.
I bagagli mi mettono a disagio, cerco di non guardarli, ci metto dentro tante speranze e tanti ricordi, che solo con il tempo elaboro e comprendo che saranno parte di me per sempre, ma non riesco a perdere la dolorosa abitudine di evitarne il contatto, quasi che dentro di loro si chiudesse una fase della vita per sempre.
In effetti è così, ma se non avessero fine, tutte le esperienze non diventerebbero ricordi e se non si passa per il ricordo non si può dire di aver vissuto.
Non posso non chiedermi perchè le persone che incontro e che diventano davvero importanti per me non possano essere quelle che frequento ogni giorno, tutto l'anno.
Non cedo alla seduzione del principio di autoconservazione e di protezione dai sentimenti, nel bene e nel male, che mi vorrebbe far credere che quelle persone mi colpiscono proprio perchè so che sono destinate a restare meteore nel cielo della mia esistenza: non può essere così, altrimenti non continuerei a sentirle e a cercarle e non continuerebbero a rappresentare incontri importanti della mia vita.
Quando ne provo la certezza, oramai sono abbastanza grande da capire che non mi sbaglio.
Al dolore della valigia e di tutto ciò che rappresenta, si aggiunge quello del distacco; i chilometri mi appaiono insuperabili e non riesco ad accettare la razionale consolazione che il sentimento sopravvive e supera la distanza. In più c'è la lacerazione del tempo: troppe settimane, se non mesi, separano preziosi incontri che la tecnologia, la penna o il suono della voce attraverso un ponte radio non possono compensare.
Ci si abitua al dolore e il tempo lo lenisce, ma non sono capace di affrontare l'immediato: i saluti sono pugnalate, andare per l'ultima volta in un posto nel quale non tornerò per chissà quanto mi distrugge.
Diventano tappe quasi feticistiche, ci metto l'anima ogni volta che mi soffermo per l'ultima volta su uno sguardo o in un luogo, impiegando un tempo insopportabile nel compiere questo doloroso e inevitabile rito.
Come in pellegrinaggio, saluto persone e posti e mi metto al collo una collana fatta di grani diversi e tutti speciali che mi sento in qualche modo cuciti addosso, senza però poterli continuare a toccare, rassicurando le mie dita.
Come posso sopportare i giorni prima della partenza e quelli subito dopo il rientro?
Come posso alterare questo lacerante e inevitabile divenire che fa parte della vita?
Ogni partenza per un viaggio, per una meta nota o meno, è accompagnata da un mal di pancia irrazionale, figlio diretto della paura di tutto ciò che è nuovo, e poi, ogni nuova esperienza, prima di sublimarsi nella dolcezza del ricordo, passa ostinatamente peri cocci aguzzi della nostalgia.
Ogni volta è così e ogni volta, nonostante sappia che per me è fisiologico, ci ricasco.
I bagagli mi mettono a disagio, cerco di non guardarli, ci metto dentro tante speranze e tanti ricordi, che solo con il tempo elaboro e comprendo che saranno parte di me per sempre, ma non riesco a perdere la dolorosa abitudine di evitarne il contatto, quasi che dentro di loro si chiudesse una fase della vita per sempre.
In effetti è così, ma se non avessero fine, tutte le esperienze non diventerebbero ricordi e se non si passa per il ricordo non si può dire di aver vissuto.
Non posso non chiedermi perchè le persone che incontro e che diventano davvero importanti per me non possano essere quelle che frequento ogni giorno, tutto l'anno.
Non cedo alla seduzione del principio di autoconservazione e di protezione dai sentimenti, nel bene e nel male, che mi vorrebbe far credere che quelle persone mi colpiscono proprio perchè so che sono destinate a restare meteore nel cielo della mia esistenza: non può essere così, altrimenti non continuerei a sentirle e a cercarle e non continuerebbero a rappresentare incontri importanti della mia vita.
Quando ne provo la certezza, oramai sono abbastanza grande da capire che non mi sbaglio.
Al dolore della valigia e di tutto ciò che rappresenta, si aggiunge quello del distacco; i chilometri mi appaiono insuperabili e non riesco ad accettare la razionale consolazione che il sentimento sopravvive e supera la distanza. In più c'è la lacerazione del tempo: troppe settimane, se non mesi, separano preziosi incontri che la tecnologia, la penna o il suono della voce attraverso un ponte radio non possono compensare.
Ci si abitua al dolore e il tempo lo lenisce, ma non sono capace di affrontare l'immediato: i saluti sono pugnalate, andare per l'ultima volta in un posto nel quale non tornerò per chissà quanto mi distrugge.
Diventano tappe quasi feticistiche, ci metto l'anima ogni volta che mi soffermo per l'ultima volta su uno sguardo o in un luogo, impiegando un tempo insopportabile nel compiere questo doloroso e inevitabile rito.
Come in pellegrinaggio, saluto persone e posti e mi metto al collo una collana fatta di grani diversi e tutti speciali che mi sento in qualche modo cuciti addosso, senza però poterli continuare a toccare, rassicurando le mie dita.
Come posso sopportare i giorni prima della partenza e quelli subito dopo il rientro?
Perchè tutto scorre e le mie dita non riescono a trattenere qui ed ora tutta l'essenza di ogni attimo vissuto con l'anima?
mercoledì 31 agosto 2011
Talking to the moon
I know you're somewhere out there
Somewhere far away
I want you back
I want you back
My neighbours think
I'm crazy
But they don't understand
You're all I have
You're all I have
[Chorus:]
At night when the stars
light on my room
I sit by myself
Talking to the Moon
Try to get to You
It holds you on
the other side
Talking to me too
Oh Am I an owl
who sits alone
Talking to the moon
I'm feeling like
I'm famous
The talk of the town
They say
I've gone mad
Yeah
I've gone mad
But they don't know
what I know
Cause when the
sun goes down
someone's talking back
Yeah
They're talking back
At night when the stars
light on my room
I sit by myself
Talking to the Moon
Try to get to You
It holds you on
the other side
Talking to me too
Oh Am I an owl
who sits alone
Talking to the moon
Ahh...Ahh...Ahh..
Do you ever hear me calling
(Ahh...Ahh..Ahh..)
Ho Hou Ho ho Hou
'Cause every night
I'm Talking to the Moon
Still try to get to You
It holds you on
the other side
Talking to me too
Oh Am I an owl
who sits alone
Talking to the moon
Ohoooo...
I know you're somewhere out there
Somewhere far away
Bruno Mars
Somewhere far away
I want you back
I want you back
My neighbours think
I'm crazy
But they don't understand
You're all I have
You're all I have
[Chorus:]
At night when the stars
light on my room
I sit by myself
Talking to the Moon
Try to get to You
It holds you on
the other side
Talking to me too
Oh Am I an owl
who sits alone
Talking to the moon
I'm feeling like
I'm famous
The talk of the town
They say
I've gone mad
Yeah
I've gone mad
But they don't know
what I know
Cause when the
sun goes down
someone's talking back
Yeah
They're talking back
At night when the stars
light on my room
I sit by myself
Talking to the Moon
Try to get to You
It holds you on
the other side
Talking to me too
Oh Am I an owl
who sits alone
Talking to the moon
Ahh...Ahh...Ahh..
Do you ever hear me calling
(Ahh...Ahh..Ahh..)
Ho Hou Ho ho Hou
'Cause every night
I'm Talking to the Moon
Still try to get to You
It holds you on
the other side
Talking to me too
Oh Am I an owl
who sits alone
Talking to the moon
Ohoooo...
I know you're somewhere out there
Somewhere far away
Bruno Mars
sabato 20 agosto 2011
Don't try so hard
If you're searching out for something
Don't try so hard
I you're feeling kind of nothing
Don't try so hard
When your problems seem like mountains
Feel the need to find some answers
You can leave it for another day
Don't try so hard
But if you fall and take a tumble
It won't be far
If you fail you mustn't grumble
Thank your lucky stars
Just savour every mouthful
And treasure every moment
When the storms are raging round you
Stay right where you are
Oooh don't try so hard
Oooh don't take it all to heart
It's only fools they make these rules
Don't try so hard
One day you'll be a Sergeant Major
Oh you'll be so proud
Screaming out your bloody orders
Hey but not too loud
Polish all your shiny buttons
Dressed as lamb instead of mutton
But you never had to try
To stand out from the crowd
Oh what a beautiful world
Is this the life for me
Oh what a beautiful world
It's the simple life for me
Oooh
Oh don't try so hard
Oh don't take it all to heart
It's only fools they make these rules
Don't try so hard
Don't try so hard
Don't try so hard
Queen
Dedicata all'amico Ben Braddok
Don't try so hard
I you're feeling kind of nothing
Don't try so hard
When your problems seem like mountains
Feel the need to find some answers
You can leave it for another day
Don't try so hard
But if you fall and take a tumble
It won't be far
If you fail you mustn't grumble
Thank your lucky stars
Just savour every mouthful
And treasure every moment
When the storms are raging round you
Stay right where you are
Oooh don't try so hard
Oooh don't take it all to heart
It's only fools they make these rules
Don't try so hard
One day you'll be a Sergeant Major
Oh you'll be so proud
Screaming out your bloody orders
Hey but not too loud
Polish all your shiny buttons
Dressed as lamb instead of mutton
But you never had to try
To stand out from the crowd
Oh what a beautiful world
Is this the life for me
Oh what a beautiful world
It's the simple life for me
Oooh
Oh don't try so hard
Oh don't take it all to heart
It's only fools they make these rules
Don't try so hard
Don't try so hard
Don't try so hard
Queen
Dedicata all'amico Ben Braddok
Il popolo della notte
Inattese caldi notti di fine agosto, notti di stelle e cielo terso, notti di musica e di silenzi davanti al mare, notti che pian piano, con l'avvicinarsi dell'aurora recuperano quell'aurea misteriosa e profonda che gli svaghi e forse anche gli eccessi delle ore piccole vogliono negare a quel buio tanto caro a chi vuole regalare i pensieri più reconditi solo alla notte e agli occhi che ne scrutano i movimenti più nascosti, quelli delle mani, celati dall'assenza di luce, e quelli degli sguardi, accesi dai riverberi più lievi.
Sono queste le notti che illuminano dentro più di qualsiasi sole accecante, che rendono insopprimibile l'esigenza di rivelarsi, di comunicare, di accendere nel buio la fiamma della riflessione vera, quella alimentata dalla voglia di capire e di capirsi, quella che rende palese ciò che si vorrebbe negare, nascondere, forse cancellare o semplicemente saper dimenticare.
Sono notti di non ritorno, notti in cui qualcosa cambia, per sempre, notti in cui ti senti dannatamente umano e incredibilmente meno solo.
Un fascio di luce, proiettato nel buio, appena confuso dalle stelle, rivela solo ciò che sta dritto nel cono acceso nell'oscurità e incoraggia la speculazione mirata, senza orpelli, senza veli e senza distrazioni proprio su ciò che illumina.
Ed è incredibile come qulla luce colpisca e affondi proprio l'essenziale.
Sono notti strane, notti che mai avresti pensato che si sarebbero srotolate in quel modo così spontaneo, così vero, così capace di cambiarti la vita; notti che affronti senza sapere e neppure riuscire a immaginare quanto sarebbero state lunghe e ti accorgi poi di quanto invece siano state maledettamente troppo brevi.
Sono notti mandate dal Caso che si rivelano imprescindibili gradini della scala della vita, notti di cui capisci dopo che non avresti potuto farne a meno ma che se non fossero state ispirate proprio dal Destino mai avresti potuto progettarne nè lo svolgimento nè la riuscita.
Sono notti in cui ogni gesto e ogni parola ti riescono sconcentartemente spontanei e comprendi nell'attimo esatto in cui si compiono che sono perfetti e che, del resto, non potevano accadere se non come effettivamente si sono avverati.
Notti in cui non devi neppure lottare con il sonno, nonostante lo scorrere delle ore che da piccole si fanno via via più grandi, perchè il tempo vola e le parole si sollevano leggere come un balsamo penetrante; senti un alito di vento di vita sfiorarti le mani e asciugarti gli occhi che svelano un'inattesa propensione alla commozione e quando comprendi che quel vento ti sta cambiando la vita, cerchi di stringerlo, fermarlo, fotografarne e catturarne in un'ideale istantanea i contorni e il tocco e ti accorgi che le prime luci dell'alba fanno già capolino sull'orizzonte del mare.
Sono notti autentiche in cui conosci davvero il tuo interlocutore, quello reale e quello ideale che sta dentro di te e che non è nient'altro che la parte migliore di te stesso, quella che una volta tanto cede, si arrende, permette al muro di difesa immaginario che ci costruiamo attorno di crollare senza rimpianti.
Sono notti in cui scopri che un perfetto estraneo sa essere il tuo migliore amico, perchè il buio e il silenzio riescono a fare emergere e comunicare ciò che conta davvero, permettendo una reale conoscenza dell'altro.
L'incontro di due microcosmi, uguali e diversi, che si confrontano e si fondono in un sorriso e in una lacrima.
Notti in cui stringi la mano di chi quasi non conosci e quando il riverbero della luna illumina fugacemente la tua stretta, ti accorgi che non stai porgendo la mano e non ne stai stringendo un'altra, ma stai - con perizia e delicatezza degna di un chirurgo che opera a cuore aperto - accarezzando l'anima di chi ti sta di fronte e gli stai facendo fare la stessa cosa con la tua.
Sono queste le notti che illuminano dentro più di qualsiasi sole accecante, che rendono insopprimibile l'esigenza di rivelarsi, di comunicare, di accendere nel buio la fiamma della riflessione vera, quella alimentata dalla voglia di capire e di capirsi, quella che rende palese ciò che si vorrebbe negare, nascondere, forse cancellare o semplicemente saper dimenticare.
Sono notti di non ritorno, notti in cui qualcosa cambia, per sempre, notti in cui ti senti dannatamente umano e incredibilmente meno solo.
Un fascio di luce, proiettato nel buio, appena confuso dalle stelle, rivela solo ciò che sta dritto nel cono acceso nell'oscurità e incoraggia la speculazione mirata, senza orpelli, senza veli e senza distrazioni proprio su ciò che illumina.
Ed è incredibile come qulla luce colpisca e affondi proprio l'essenziale.
Sono notti strane, notti che mai avresti pensato che si sarebbero srotolate in quel modo così spontaneo, così vero, così capace di cambiarti la vita; notti che affronti senza sapere e neppure riuscire a immaginare quanto sarebbero state lunghe e ti accorgi poi di quanto invece siano state maledettamente troppo brevi.
Sono notti mandate dal Caso che si rivelano imprescindibili gradini della scala della vita, notti di cui capisci dopo che non avresti potuto farne a meno ma che se non fossero state ispirate proprio dal Destino mai avresti potuto progettarne nè lo svolgimento nè la riuscita.
Sono notti in cui ogni gesto e ogni parola ti riescono sconcentartemente spontanei e comprendi nell'attimo esatto in cui si compiono che sono perfetti e che, del resto, non potevano accadere se non come effettivamente si sono avverati.
Notti in cui non devi neppure lottare con il sonno, nonostante lo scorrere delle ore che da piccole si fanno via via più grandi, perchè il tempo vola e le parole si sollevano leggere come un balsamo penetrante; senti un alito di vento di vita sfiorarti le mani e asciugarti gli occhi che svelano un'inattesa propensione alla commozione e quando comprendi che quel vento ti sta cambiando la vita, cerchi di stringerlo, fermarlo, fotografarne e catturarne in un'ideale istantanea i contorni e il tocco e ti accorgi che le prime luci dell'alba fanno già capolino sull'orizzonte del mare.
Sono notti autentiche in cui conosci davvero il tuo interlocutore, quello reale e quello ideale che sta dentro di te e che non è nient'altro che la parte migliore di te stesso, quella che una volta tanto cede, si arrende, permette al muro di difesa immaginario che ci costruiamo attorno di crollare senza rimpianti.
Sono notti in cui scopri che un perfetto estraneo sa essere il tuo migliore amico, perchè il buio e il silenzio riescono a fare emergere e comunicare ciò che conta davvero, permettendo una reale conoscenza dell'altro.
L'incontro di due microcosmi, uguali e diversi, che si confrontano e si fondono in un sorriso e in una lacrima.
Notti in cui stringi la mano di chi quasi non conosci e quando il riverbero della luna illumina fugacemente la tua stretta, ti accorgi che non stai porgendo la mano e non ne stai stringendo un'altra, ma stai - con perizia e delicatezza degna di un chirurgo che opera a cuore aperto - accarezzando l'anima di chi ti sta di fronte e gli stai facendo fare la stessa cosa con la tua.
mercoledì 17 agosto 2011
Quelle come me
"Quelle come me sono capaci di grandi amori e grandi collere, grandi litigi, grandi pianti e grandi perdoni.
Quelle come me non tradiscono mai, quelle come me hanno valori che sono incastrati nella testa come se fossero pezzi di un puzzle, dove ogni singolo pezzo ha il suo incastro e lì deve andare.
Niente per loro è sottotono, niente è superficiale o scontato, non le amiche, non la famiglia, non gli amori che hanno voluto, che hanno cercato, e difeso e sopportato.
Quelle come me regalano sogni, anche a costo di rimanerne prive...
Quelle come me donano l'anima, perché un'anima da sola, è come una goccia d'acqua nel deserto."
Alda Merini
Quelle come me non tradiscono mai, quelle come me hanno valori che sono incastrati nella testa come se fossero pezzi di un puzzle, dove ogni singolo pezzo ha il suo incastro e lì deve andare.
Niente per loro è sottotono, niente è superficiale o scontato, non le amiche, non la famiglia, non gli amori che hanno voluto, che hanno cercato, e difeso e sopportato.
Quelle come me regalano sogni, anche a costo di rimanerne prive...
Quelle come me donano l'anima, perché un'anima da sola, è come una goccia d'acqua nel deserto."
Alda Merini
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