Partire è come un po' morire.
Tu adesso lo sai, perchè tutto ritorna anche se non vuoi.
E scordare, e scordare è più difficile.
Ora sai che è più difficile, se vuoi ricominciare.
Partire, partire, come un tuffo in fondo al mare.
Ricordare, ricordare quel che c'è da cancellare.
E scordare, e scordare è che perdi cose care.
E scordare, e scordare finiranno gioie rare.
Ma perchè partire è sempre un tuffo nel mare dell'ignoto, un dolore, un'insopprimibile angoscia, quasi che partendo si perda se stessi?
Eppure, è sempre così.
Per altri è rinascere, evadere, cambiare, conoscere.
Spasmo dell'attesa.
Incubo da ignoto.
E poi, ogni volta, non vorrei tornare.
Come un fulmine, poi la tempesta e quando tutto torna normale, la saetta dell'istante che ha illuminato di nuovo la vita è per sempre, irrimediabilmente scomparsa dall'orizzonte.
Inabissata nel ricordo, non tornerà mai uguale, forse con sembianze diverse, ma mai la stessa.
E allora resterà il rimpianto, ancora una volta, di non aver vissuto hic et nunc.
E il ricordo è vita.
Ma partire è sempre morire.
L'esperienza non mi insegna ed io mi sento sempre più idiota.
Anche Ulisse è tornato, ma lui, intanto, ha vissuto per venti lunghi anni senza lasciarsi vivere o vivendo poi del ricordo di ciò che non ha saputo vivere hic et nunc. Ha vissuto mordendo la vita, l'avventura, la scoperta, interpretando con audacia il ruolo dell'intelligente esploratore, imparando, conoscendo, apprezzando. Senza che fosse la memoria a creare i miti, ma essendone protagonista.
A me resta solo l'amarezza di saper inventare il passato, senza vivere il presente, benchè sogni sempre il futuro.
Quando si chiuderà il cerchio?
Quando mi deciderò a vivere?
giovedì 10 dicembre 2009
venerdì 4 dicembre 2009
Pane e sale
E mangio pane
pane e sale
e il cielo piove giù
con lacrime d'alto mare
acqua che non si ferma più
Ma salgo ancora
nuove scale
e vedo ancora più in là
la luce chiara di domani
precipitando
esplode già
E al mattino
sembra tutto
aria serena
e il dolore
si confonde già
E il mattino
sembra un fiume
dopo la piena
nella pace
rifluisce già
Guarda ai miei occhi
come piove
guarda i miei occhi per te
fa che ritorni
presto il sole
e che si posi
in fronte a me
E il mattino
sarà tutto
aria serena
e la luce
ci confonderà
E il mattino
come un fiume
dopo la piena
nella pace
rifluisce già
E il mattino
sarà tutto
aria serena
e la luce
ci confonderà
E il mattino
come un fiume
dopo la piena
nella pace
rifluisce già
E mangio ancora
pane e sale
e il cielo piove giù
con lacrime d'alto mare
acqua che non si ferma più
pane e sale
e il cielo piove giù
con lacrime d'alto mare
acqua che non si ferma più
Ma salgo ancora
nuove scale
e vedo ancora più in là
la luce chiara di domani
precipitando
esplode già
E al mattino
sembra tutto
aria serena
e il dolore
si confonde già
E il mattino
sembra un fiume
dopo la piena
nella pace
rifluisce già
Guarda ai miei occhi
come piove
guarda i miei occhi per te
fa che ritorni
presto il sole
e che si posi
in fronte a me
E il mattino
sarà tutto
aria serena
e la luce
ci confonderà
E il mattino
come un fiume
dopo la piena
nella pace
rifluisce già
E il mattino
sarà tutto
aria serena
e la luce
ci confonderà
E il mattino
come un fiume
dopo la piena
nella pace
rifluisce già
E mangio ancora
pane e sale
e il cielo piove giù
con lacrime d'alto mare
acqua che non si ferma più
Zucchero
mercoledì 25 novembre 2009
M.P., Via del Cielo, destinazione Paradiso
Un sorriso si è spento e due occhi azzurri di rara dolcezza hanno smesso di scrutare ed amare il mondo.
Nella vita chi non fa quello che avrebbe dovuto fare versa in uno stato di colpa.
La mia è quella di aver permesso al tempo di sottrarmi la possibilità di esprimere il mio affetto, giustificare la mia assenza e spiegare il mio "mostro".
"Un giorno lo farò", mi dicevo per rassicurarmi e tacitare la mia coscienza.
Ora non mi resta che abbassare lo sguardo e subire l'onta del silenzio.
Del silenzio che non potrà più dare voce a nessun grido.
Rimpianto e pentimento coincidono e si perdono in un urlo inespresso.
Nella vita chi non fa quello che avrebbe dovuto fare versa in uno stato di colpa.
La mia è quella di aver permesso al tempo di sottrarmi la possibilità di esprimere il mio affetto, giustificare la mia assenza e spiegare il mio "mostro".
"Un giorno lo farò", mi dicevo per rassicurarmi e tacitare la mia coscienza.
Ora non mi resta che abbassare lo sguardo e subire l'onta del silenzio.
Del silenzio che non potrà più dare voce a nessun grido.
Rimpianto e pentimento coincidono e si perdono in un urlo inespresso.

Il grido attraversò il buio
fino all’altra sponda
o nemmeno sfiorò
lo spessore della notte, né l’invocazione
né la divinità poterono fare nulla
con l’aria impenetrabile – tanto sfiorì
una vita,
tanto chi doveva sentire
non sentì.
Cesare Viviani, Passanti
fino all’altra sponda
o nemmeno sfiorò
lo spessore della notte, né l’invocazione
né la divinità poterono fare nulla
con l’aria impenetrabile – tanto sfiorì
una vita,
tanto chi doveva sentire
non sentì.
Cesare Viviani, Passanti
lunedì 23 novembre 2009
la vita e la morte
Stasera è arrivata una brutta notizia, come un fulmine ad illuminare un cielo terso.
Una cugina, già malata, ma per la quale i medici avevano escluso allo stato una prognosi infausta, si è improvvisamente aggravata.
Ieri netto miglioramento, oggi improvviso aggravamento.
Mala sanità del sud Italia.
Incredibile nel XXI secolo, in Europa, ma tant'è.
Da noi ci sarebbero state le strutture adatte, innanzitutto a scongiurare il peggioramento delle sue condizioni, ma poi anche per riportarla in una situazione di equilibrio, senza che una banale influenza potesse crearle delle complicanze respiratorie così serie.
Da ragazzina mi ero molto legata a questa persona, con la quale cercavo di trascorrere il maggior tempo possibile durante le vacanze estive.
A casa sua, con coetanei e adulti che ho imparato ad amare giorno dopo giorno e che mi hanno voluto bene come fossi una figlia o una sorella, ho speso le mie giornate migliori di quell'età.
Spensieratezza, gioia di vivere, considerazione e attenzione per le piccole cose, semplicità (e anche buona cucina, sana allegria, sole caldo e mare cristallino), ma soprattutto affetto capace di trascendere qualsisi distanza erano gli ingredienti di quelle lente giornate infuocate d'agosto, in cui il tempo sembrava fermarsi, lasciandoti addosso il senso vero della vita e la capacità di soffermarti su ciò che conta veramente.
Te ne accorgi non quando sei fuori nella luce, ma quando guardi l'asfalto che si spezza sotto il sole attraverso le persiane. E talvolta, purtroppo, è tardi, troppo tardi.
Poi è arrivato il "mostro", era dentro di me, ma si è travestito da Nemesi e mi ha condannato a soffrire tanto quanto avevo gioito e ha condizionato sentimenti e partecipazione, ha limitato frequentazioni e contatti e infine ha cancellato nel silenzio e nel distacco gli affetti.
Una parte di me l'ha proprio uccisa.
E insieme a quella parte di me tutti gli altri soggetti coinvolti sono stati costretti ad accettare, obtorto collo, un progressivo allontanamento, subendo l'onta delle mancate, seppur dovute e doverose, giustificazioni, affogate nel silenzio.
Ancora una volta alla vendetta del male oscuro si è contrapposto l'amore silenzioso del rispetto, che non ha chiesto, non ha condannato, non ha infierito e si è sublimato nella silenziosa comprensione priva di domande.
Ho messo all'ostracismo una parte di me stessa, quella stessa parte che non ho saputo curare fino a tempi più recenti, permettendo che il dolore mi vincesse, mentre lo allontanavo con la mano e mi incancreniva il braccio, tetragona a qualsiasi forma quanto meno di autodifesa, incapace di reagire se non agitandomi, ma nulla concludendo.
Stasera il dolore per questa situazione è acuito dall'impossibilità (forse è troppo tardi) di tornare indietro per rimediare all'inspiegabilità di quel silenzio, per emendare quell'errore incolmabile ed anche tragicamente inespiabile, per colmare la solitudine di quei silenzi, per cancellare il dolore o la disillusione che ho cagionato e per restituire a chi stava in mezzo - esattamente tra me e tutti loro - la libertà dal condizionamento che per amore mio si sono imposti per anni, lasciando che i rapporti sfumassero e sfidando persino il rischio di apparire ingrati oltre che maleducati.
Tanto è cambiato da allora e tanto sono cambiata da allora.
A volte è più la paura di aver paura che la paura effettiva, la codardia che spinge ad allontanare il calice amaro piuttosto che assumersi tutto d'un colpo le proprie responsabilità.
Si dice che sono troppe, ci si giustifica adducendo la pochezza dell'essere umano, si trovano i "se" ed i "ma". Ma questo sappiamo benissimo che è solo il tentativo, vano e ridicolo, di nascondersi dietro ad un dito, troppo sottile per celare le dimensioni di certi agiti talmente indegni di costituire parte di un'esistenza da negarla nel loro manifestarsi.
Si invocano le seconde possibilità, i buoni propositi e ancora si cade nella logica illogica del rintracciare a tutti i costi una giustificazione, attanagliati da rimorsi e pentimenti in un circolo vizioso senza fine.
La vita e la morte, gli opposti che si ricongiungono, con la vita in mezzo di chi vive strattonato tra redenzione ed errore, speranza e tragica consapevolezza del non ritorno, occasioni sprecate e occasioni perse, contingenze invocate e mai propostesi sulla via.
Una sorta di nord e sud dell'anima, dove i chilometri di distanza sono un eterno ritorno dell'uguale laddove si spreca la nuova occasione e il limite invalicabile tra gli opposti quando si cerca con metodica abnegazione di perseguire il proprio obiettivo.
Finchè c'è vita, però, c'è speranza.
Una cugina, già malata, ma per la quale i medici avevano escluso allo stato una prognosi infausta, si è improvvisamente aggravata.
Ieri netto miglioramento, oggi improvviso aggravamento.
Mala sanità del sud Italia.
Incredibile nel XXI secolo, in Europa, ma tant'è.
Da noi ci sarebbero state le strutture adatte, innanzitutto a scongiurare il peggioramento delle sue condizioni, ma poi anche per riportarla in una situazione di equilibrio, senza che una banale influenza potesse crearle delle complicanze respiratorie così serie.
Da ragazzina mi ero molto legata a questa persona, con la quale cercavo di trascorrere il maggior tempo possibile durante le vacanze estive.
A casa sua, con coetanei e adulti che ho imparato ad amare giorno dopo giorno e che mi hanno voluto bene come fossi una figlia o una sorella, ho speso le mie giornate migliori di quell'età.
Spensieratezza, gioia di vivere, considerazione e attenzione per le piccole cose, semplicità (e anche buona cucina, sana allegria, sole caldo e mare cristallino), ma soprattutto affetto capace di trascendere qualsisi distanza erano gli ingredienti di quelle lente giornate infuocate d'agosto, in cui il tempo sembrava fermarsi, lasciandoti addosso il senso vero della vita e la capacità di soffermarti su ciò che conta veramente.
Te ne accorgi non quando sei fuori nella luce, ma quando guardi l'asfalto che si spezza sotto il sole attraverso le persiane. E talvolta, purtroppo, è tardi, troppo tardi.
Poi è arrivato il "mostro", era dentro di me, ma si è travestito da Nemesi e mi ha condannato a soffrire tanto quanto avevo gioito e ha condizionato sentimenti e partecipazione, ha limitato frequentazioni e contatti e infine ha cancellato nel silenzio e nel distacco gli affetti.
Una parte di me l'ha proprio uccisa.
E insieme a quella parte di me tutti gli altri soggetti coinvolti sono stati costretti ad accettare, obtorto collo, un progressivo allontanamento, subendo l'onta delle mancate, seppur dovute e doverose, giustificazioni, affogate nel silenzio.
Ancora una volta alla vendetta del male oscuro si è contrapposto l'amore silenzioso del rispetto, che non ha chiesto, non ha condannato, non ha infierito e si è sublimato nella silenziosa comprensione priva di domande.
Ho messo all'ostracismo una parte di me stessa, quella stessa parte che non ho saputo curare fino a tempi più recenti, permettendo che il dolore mi vincesse, mentre lo allontanavo con la mano e mi incancreniva il braccio, tetragona a qualsiasi forma quanto meno di autodifesa, incapace di reagire se non agitandomi, ma nulla concludendo.
Stasera il dolore per questa situazione è acuito dall'impossibilità (forse è troppo tardi) di tornare indietro per rimediare all'inspiegabilità di quel silenzio, per emendare quell'errore incolmabile ed anche tragicamente inespiabile, per colmare la solitudine di quei silenzi, per cancellare il dolore o la disillusione che ho cagionato e per restituire a chi stava in mezzo - esattamente tra me e tutti loro - la libertà dal condizionamento che per amore mio si sono imposti per anni, lasciando che i rapporti sfumassero e sfidando persino il rischio di apparire ingrati oltre che maleducati.
Tanto è cambiato da allora e tanto sono cambiata da allora.
A volte è più la paura di aver paura che la paura effettiva, la codardia che spinge ad allontanare il calice amaro piuttosto che assumersi tutto d'un colpo le proprie responsabilità.
Si dice che sono troppe, ci si giustifica adducendo la pochezza dell'essere umano, si trovano i "se" ed i "ma". Ma questo sappiamo benissimo che è solo il tentativo, vano e ridicolo, di nascondersi dietro ad un dito, troppo sottile per celare le dimensioni di certi agiti talmente indegni di costituire parte di un'esistenza da negarla nel loro manifestarsi.
Si invocano le seconde possibilità, i buoni propositi e ancora si cade nella logica illogica del rintracciare a tutti i costi una giustificazione, attanagliati da rimorsi e pentimenti in un circolo vizioso senza fine.
La vita e la morte, gli opposti che si ricongiungono, con la vita in mezzo di chi vive strattonato tra redenzione ed errore, speranza e tragica consapevolezza del non ritorno, occasioni sprecate e occasioni perse, contingenze invocate e mai propostesi sulla via.
Una sorta di nord e sud dell'anima, dove i chilometri di distanza sono un eterno ritorno dell'uguale laddove si spreca la nuova occasione e il limite invalicabile tra gli opposti quando si cerca con metodica abnegazione di perseguire il proprio obiettivo.
Finchè c'è vita, però, c'è speranza.
Lacrime di pioggia
Lacrime di pioggia
il tuo ricordo mi parla
Dalla mia finestra
io guardo il mondo che passa
Ed ogni giorno ci sarai ogni minuto che vorrai ad ogni passo della vita
E quale strada sceglierai che direzione mi consiglierai ad ogni passo della vita
Sei solo un ombra ma la tua voce mi parla
io che ho creduto e credo in te tutto l'amore che hai per me
ridallo al cuore di tua madre
dalla tempesta dal grande sogno del nulla
e molto presto capirai che tutti gli anni che vivrai cancellano
i peccati suoi
Nei suoi pensieri io vivrò con le sue mani ti accarezzerò
ad ogni passo della vita
Stringila forte quando avrà paura che c'è il mio amore che non l'abbandona
ad ogni passo della vita
Lacrime di pioggia
il tuo ricordo mi parla
Dalla mia finestra
io guardo il mondo che passa
Lacrime di pioggia
Lacrime di pioggia
Antonello Venditti
il tuo ricordo mi parla
Dalla mia finestra
io guardo il mondo che passa
Ed ogni giorno ci sarai ogni minuto che vorrai ad ogni passo della vita
E quale strada sceglierai che direzione mi consiglierai ad ogni passo della vita
Sei solo un ombra ma la tua voce mi parla
io che ho creduto e credo in te tutto l'amore che hai per me
ridallo al cuore di tua madre
dalla tempesta dal grande sogno del nulla
e molto presto capirai che tutti gli anni che vivrai cancellano
i peccati suoi
Nei suoi pensieri io vivrò con le sue mani ti accarezzerò
ad ogni passo della vita
Stringila forte quando avrà paura che c'è il mio amore che non l'abbandona
ad ogni passo della vita
Lacrime di pioggia
il tuo ricordo mi parla
Dalla mia finestra
io guardo il mondo che passa
Lacrime di pioggia
Lacrime di pioggia
Antonello Venditti
giovedì 19 novembre 2009
I numeri immaginari ed il loro valore simbolico
«Ehi, tu l’hai capita bene poco fa?»
«Che cosa?»
«La storia dei numeri immaginari».
«Sì. Non è poi così difficile. Bisogna solo ricordare che l’unità di calcolo è data dalla radice quadrata di meno uno».
«Ma è proprio questo il punto. Quella radice non esiste. Qualsiasi numero, che sia negativo o positivo, elevato al quadrato dà un valore positivo. Per cui non può esserci un numero reale che sia la radice quadrata di qualcosa di negativo».
«Giustissimo; ma perché non si dovrebbe tentare ugualmente di applicare l’operazione dell’estrazione della radice quadrata anche a un numero negativo? Naturalmente questo non potrà dare alcun valore reale, e infatti anche per questo il risultato è detto immaginario. È come se si dicesse: qui di solito si siede sempre un tale, perciò mettiamoci anche oggi una seggiola; e se anche fosse morto nel frattempo, facciamo come se venisse».
«Ma come si può se si sa con certezza, con matematica certezza, che è impossibile?»
«Appunto, si fa come se fosse possibile. Un qualche risultato ne uscirà. In fondo, con i numeri irrazionali non è la stessa cosa? Una divisione che non finisce mai, una frazione il cui valore non risulterà mai e poi mai per quanto tu continui a calcolare. E che mi dici, poi, del fatto che due parallele si devono incontrare all’infinito? Io credo che a essere troppo scrupolosi la matematica finirebbe per non esistere più».
«Questo è vero. Se uno se l’immagina così, è davvero bizzarra. Ma la cosa singolare è proprio che ciononostante con quei valori immaginari o comunque impossibili si possono fare calcoli perfettamente reali e raggiungere alla fine un risultato concreto!»
«Beh, per arrivare a questo i fattori immaginari devono elidersi a vicenda durante il calcolo».
«Sì, sì, tutto quello che dici lo so anch’io. Ma pure non resta un che di curioso in tutta la faccenda? Come posso spiegarmi? Prova a pensarla così: in un calcolo del genere, tu all’inizio hai dei numeri solidissimi, in grado di quantificare metri, pesi o qualsiasi altro oggetto concreto, comunque numeri reali. Alla fine del calcolo, lo stesso. Ma l’inizio e la fine sono tenuti insieme da qualcosa che non c’è. Non è un po’ come un ponte che consti soltanto dei piloni iniziali e finali, e sul quale tuttavia si cammina sicuri come se fosse intero? Un calcolo del genere mi dà il capogiro; come se un pezzo del cammino andasse Dio sa dove. Ma la cosa davvero inquietante per me è la forza insita in questi calcoli, una forza capace di sorreggerti fino a farti arrivare felicemente dall’altra parte».
Da I turbamenti del giovane Törless (1906) di Robert Musil
«Che cosa?»
«La storia dei numeri immaginari».
«Sì. Non è poi così difficile. Bisogna solo ricordare che l’unità di calcolo è data dalla radice quadrata di meno uno».
«Ma è proprio questo il punto. Quella radice non esiste. Qualsiasi numero, che sia negativo o positivo, elevato al quadrato dà un valore positivo. Per cui non può esserci un numero reale che sia la radice quadrata di qualcosa di negativo».
«Giustissimo; ma perché non si dovrebbe tentare ugualmente di applicare l’operazione dell’estrazione della radice quadrata anche a un numero negativo? Naturalmente questo non potrà dare alcun valore reale, e infatti anche per questo il risultato è detto immaginario. È come se si dicesse: qui di solito si siede sempre un tale, perciò mettiamoci anche oggi una seggiola; e se anche fosse morto nel frattempo, facciamo come se venisse».
«Ma come si può se si sa con certezza, con matematica certezza, che è impossibile?»
«Appunto, si fa come se fosse possibile. Un qualche risultato ne uscirà. In fondo, con i numeri irrazionali non è la stessa cosa? Una divisione che non finisce mai, una frazione il cui valore non risulterà mai e poi mai per quanto tu continui a calcolare. E che mi dici, poi, del fatto che due parallele si devono incontrare all’infinito? Io credo che a essere troppo scrupolosi la matematica finirebbe per non esistere più».
«Questo è vero. Se uno se l’immagina così, è davvero bizzarra. Ma la cosa singolare è proprio che ciononostante con quei valori immaginari o comunque impossibili si possono fare calcoli perfettamente reali e raggiungere alla fine un risultato concreto!»
«Beh, per arrivare a questo i fattori immaginari devono elidersi a vicenda durante il calcolo».
«Sì, sì, tutto quello che dici lo so anch’io. Ma pure non resta un che di curioso in tutta la faccenda? Come posso spiegarmi? Prova a pensarla così: in un calcolo del genere, tu all’inizio hai dei numeri solidissimi, in grado di quantificare metri, pesi o qualsiasi altro oggetto concreto, comunque numeri reali. Alla fine del calcolo, lo stesso. Ma l’inizio e la fine sono tenuti insieme da qualcosa che non c’è. Non è un po’ come un ponte che consti soltanto dei piloni iniziali e finali, e sul quale tuttavia si cammina sicuri come se fosse intero? Un calcolo del genere mi dà il capogiro; come se un pezzo del cammino andasse Dio sa dove. Ma la cosa davvero inquietante per me è la forza insita in questi calcoli, una forza capace di sorreggerti fino a farti arrivare felicemente dall’altra parte».
Da I turbamenti del giovane Törless (1906) di Robert Musil
mercoledì 18 novembre 2009
Sinfonietta
L'errore è cercare di
dare un senso all'assurdo,
alla fame dell'anima,
all'indolenza che alloppia
la mente e le mani,
all'eterno sussurro di
ciarlatani caduti e
venditori di oroscopi
(Da SINFONIETTA Angelo Maria Repellino)
dare un senso all'assurdo,
alla fame dell'anima,
all'indolenza che alloppia
la mente e le mani,
all'eterno sussurro di
ciarlatani caduti e
venditori di oroscopi
(Da SINFONIETTA Angelo Maria Repellino)
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