martedì 10 novembre 2009

Russian Roulette

Take a breath, take it deep
Calm yourself, he says to me
If you play, you play for keeps
Take the gun, and count to three
I’m sweating now, moving slow
No time to think, my turn to go
And you can see my heart beating
You can see it through my chest
And I’m terrified but I’m not leaving
Know that I must pass this test
So just pull the trigger

Say a prayer to yourself
He says close your eyes
Sometimes it helps
And then I get a scary thought
That he’s here means he’s never lost
And you can see my heart beating
You can see it through my chest
And I’m terrified but I’m not leaving
Know that I must must pass this test
So just pull the trigger

As my life flashes before my eyes
I’m wondering will I ever see another sunrise?
So many won’t get the chance to say goodbye
But it’s too late too pick up the value of my life
And you can see my heart beating
You can see it through my chest
And I’m terrified but I’m not leaving
Know that I must must pass this test
So just pull the trigger

Rihanna

Nessuno

C’è una strada per andare dove l’odio non c’è
Senza muri né paure senza più bandiere su di noi

Qui non c’è nessuno che vuole sentirti gridare più forte
Qui non c’è nessuno che vuole vederti volare nella notte

Solo un passo nel futuro per sentire com’è
Non è tempo di fuggire è tempo di tornare a vivere
Qui non c’è nessuno che vuole sentirti gridare più forte
Qui non c’è nessuno che vuole vederti volare nella notte
Meglio che non dici a nessuno che in fondo ancora stai sperando
Meglio che non alzi la voce se rompi il silenzio cantando

C’è una sola direzione per uscire da qui
Ed è arrendersi incondizionatamente all’amore e dire di si

Ma qui non c’è nessuno che vuole sentirti gridare più forte
Qui non c’è nessuno che vuole vederti volare nella notte
Meglio che non dici a nessuno che in fondo ancora stai sperando
Meglio che non alzi la voce se rompi il silenzio cantando
E ti troverai nell'istante in cui ogni sguardo sarà spento e gelido
E ti sembrerà che davvero tu sbagli sognando contromano
Tu sbagli sognando

Giovanni Pellino

giovedì 5 novembre 2009

Sapevo il credo

Il vento bussa forte, si aspetta il temporale
e l'odore della pioggia si sente fino a qua
mi ricordo da bambino, gli occhi chiusi dopo il tuono
andava via la luce, ma tu non eri là

Il pane quotidiano per scongiurare il peggio
mia madre dietro ai vetri che pregava Dio
dietro una candela accesa, io sul muro ero un gigante
fai che smetta adesso, fai che non piova più

Meglio sarebbe, che non ti avessi amato
sapevo il credo ed ora l'ho scordato
e, non sapendo più l'ave Maria,
come potrò salvare l'anima mia

La sera si tornava con nelle tasche niente
si riposano bestemmie, ma la fatica no
c'è un sapere in ogni vita, più prezioso dei diamanti
poi si cancella tutto, ma la memoria no

Meglio sarebbe che non ti avessi amato
sapevo il credo ed ora l'ho scordato
e, non sapendo più l'ave Maria,
come potrò salvare l'anima mia

Meglio sarebbe che non ti avessi amato
sapevo il credo ed ora l'ho scordato
e, non sapendo più l'ave Maria,
come potrò salvare l'anima mia
come potrò salvare l'anima mia

Cristiano De Andrè

mercoledì 4 novembre 2009

L'araba fenice
















La scelta implica sempre una cesura
(Alessandro e il nodo gordiano).
La cesura uccide.
Dalla morte rinasce la vita.

mercoledì 28 ottobre 2009

La zingara

Strada vuota.
La solita zingara, con la testa quasi completamente nascosta dal suo foulard e avvolta nel suo impermeabile kaki quattro stagioni, appare improvvisamente all'angolo della piazza, sciolta nei movimenti e dall'incedere perfettamente coordinato.
Mi vede.
Improvvisamente, in tre passi, recupera il suo solito aspetto da manichino dinoccolato e si protende verso di me.
"Ciao carìina" - mi dice con tono cantilenoso e poi agginge l'immancabile "tànti augùuri, buòna fortùuna", salvo poi imprecare, invocando contro di me le peggio cose, non appena la supero, facendo finta di niente e soprattutto senza darle la "monetìina" richista (del resto la incontro sul mio percorso casa-studio e studio-casa, non posso mica fermarmi quattro volte al giorno!).

Giro l'angolo, percorro la stradina che conduce alla piazzetta successiva e mi imbatto in un'altra simile figura.

"Forse mi sono sbagliata", sussurro tra me e me, pentendomi sinceramente di aver erroneamente e maliziosamente voluto cogliere l'inganno nelle sembianze della prima zingara.
Mi convinco che forse è questa seconda quella deformata dall'ingiuria della malattia, ma poi il mio occhio cade sulle calzature: questa indossa scarpe di panno nero, è meno sciancata e, benchè mi auguri le stesse cose e chieda la medesima monetina, indossa una palandrana diversa e tieni i piedi paralleli.

L'altra, invece, la stessa che in vie secondarie della città ho già visto camminare perfettamente eretta e con passo spedito con il bastone sotto l'ascella (del resto che differenza c'è tra lei e me? Lei si porta quell'attrezzo per il suo mestiere, io tengo in mano una banalissima borsa), indossa sempre degli inconfondibili zoccoli bianchi, che, ritengo, siano un altro aggeggio di scena: servono per sottolineare - sporgendo insolenti da sotto il lungo impermeabile kaki - la (abilmente procurata) deformazione dei piedi.

Mi chiedo se dopo le ore trascorse per mesi (se non per anni) in quella posizione per attirare la pietà e soprattutto la carità della gente, certi soggetti, che, riconosco, non rispetto, non certo per la loro indigenza, ma per l'abuso della credulità dei distratti passanti, colpendo soprattutto i portafogli, spesso già magri, di anziani e bambini, più suscettibili ad intenerirsi, non finiscano davvero per ammalarsi costringendo il loro corpo ad assumere pose innaturali se non addirittura contro natura.

Sono arrivata a destinazione, come dimostra il fatto che io stia scrivendo queste cose.
Forse, almeno per adesso, le imprecazioni di cui sono stata bersaglio all'angolo della piazza, non hanno ancora avuto effetto.

mercoledì 21 ottobre 2009

La prigione

Stamattina ho incontrato una donna.
Un incidente stradale l'ha privata anni addietro della capacità di camminare normalmente.
Era ancora giovane quando accadde, ma suo marito non l'ha mai lasciata, nonostante tutto.
Nonostante le difficoltà e nonostante le rinunce.
Probabilmente l'avrebbe sposata anche se l'incidente fosse capitato prima che si sposassero.

La vita e gli eventi, tuttavia, non l'hanno affatto incattivita.
Ogni volta che la vedo, benchè litighi costantemente con la lentezza delle sue stampelle, ha sempre pronto un sorriso da regalare ed un'innata capacità di dire qualcosa che, anche se apparentemente buttato là quasi per caso o tanto per dire, stilla speranza e ottimismo per tutti.

E così oggi mi ha raccontato che ha fatto un viaggio con il marito per il loro anniversario di matrimonio e che durante questa piacevole circostanza è purtroppo caduta ben 3 volte.

Come Gesù. E come Lui, si è anche rialzata. E si è ripresa la sua croce.
Con determinazione, con coraggio.

Ma la cosa più grande è che lei non ha raccontato di questi 3 episodi lamentandosene o per lamentarsi ed ottenere commiserazione, ma concludendo la triste elencazione con un moto di speranza ispirata.
Ha solo detto che sperava che il Signore le avesse mandato queste prove tutte in una volta, così per un po' di tempo sarebbe stata libera.

Questa donna, io credo, è davvero eccezionale.
Non è eccezionale subire le conseguenze del caso, in questa fattispecie, di un incidente, anche se è una cosa che non capita a tutti.
Lo è piuttosto la serafica accettazione del destino che lei dimostra.

E ciò nonostante il destino non sia stato generoso con lei.
Il destino l'ha voluta prigioniera del suo corpo.
Poteva portarsela via, oppure immobilizzarla per sempre, deturparle i tratti del volto, le ha reso le gambe un peso più che il puntello, ma ha voluto lasciarle il sorriso.
Forse il destino l'ha resa strumento degli altri.
E forse gli altri, che poi siamo tutti noi, non hanno il tempo di accorgersene, per distrazione, per disinteresse, forse finanche per scaramanzia, e sprecano l'occasione.

A volte mi chiedo, nel mio elucubrare, se si possa essere prigionieri anche della mente.
Il corpo può essere una prigione nel momento in cui costituisce un limite a ciò che si vuole fare.
La mente, invece, è una prigione a ciò che si vuole essere.
Persino se si vuole essere se stessi, anzi, soprattutto.

Ci sono dei cortocircuiti imbarazzanti, se vogliamo fare i moderni, gli anglofoni, potremmo dire che certi loop rapiscono e coinvolgono l'anima stessa in una sorta di centrifuga della razionalità, capace di annientarla, ma di rendere iperbolica la forza di quello che Pessoa definiva lo "sdormire".
Io direi "sragionare", ma forse è solo una congettura presuntuosa pretendere che il mio "sragionare" sia il suo "sdormire".

In comune questi due modi di "svivere" hanno di sicuro il dramma di giocare sull'orlo del limite, al punto da non comprendere che cosa sia reale e cosa sia già possesso rispettivamente del sonno o dell'irrazionalità.

In entrambi c'è qualcosa di ossessivo, di ripetitivo, di eraclitiano, forse.
Tutto scorre e, mentre si ripete, non è mai uguale. Diviene.
Non si può tornare due volte nello stesso fiume, perché né l'uomo né le acque del fiume sono gli stessi.
Mentre siamo "Di passaggio" non ci si può bagnare due volte nello stesso fiume.
E così intanto passa ignaro il vero senso della vita.

[Callimaco - Dicendo; "Addio sole!"
Cleombroto d'Ambracia
da un alto muro
si gettò nell'Ade.
Non gli era capitato alcun male
che fosse degno di morte;
aveva solo letto
uno scritto di Platone:
quello intorno all'anima.]
Nemmeno nei corsi (e ricorsi) storici di vichiana memoria si rinviene la stessa ossessiva ricerca del diverso-uguale. Ne sfugge il senso, e tutto finisce per cadere nella ripetizione, distraendo l'attenzione da ciò che diviene, troppo presi dall'innato ed istintivo anelito del cuore a immedesimarsi e soffrire come l'altro, come nell'altra epoca e la "scienza nuova" finisce con il coincidere con la possibilità oggettiva che il "ricorso" storico sia altamente probabile, benchè non sia una legge universale.

Il ricorso ha luogo quando il dominio della ragione cade nell'astrattezza, quando si ha l'inaridimento del sapere, quando si ha la perdita della memoria del passato.
Se ciò avviene, l'uomo è senza radici e si crede artefice arbitrario della propria storia.
La storia non è una sorta di sviluppo unilineare e progressivo dove non c'è errore o decadenza o male (per questo la storia non giustifica, ma giudica).
Ma se "gli uomini prima sentono senza avvertire; dappoi avvertiscono con animo perturbato e commosso, finalmente riflettono con mente pura", come si fa ad escludere che in questo sentire istintivo che diventa percezione ed infine pensiero non ci sia un divenire?

Sento più calzante al mio modo d'essere interpretare i "ricorsi"come un modo rassicurante di interpretare un "corso" di vita che è comunque in divenire.

Il problema, e qui torno alla riflessione da cui sono parita perdendomi in una digressione ben più ampia del sospettato, è l'ossessività della mente e la capacità del pensiero di imprigionare l'essere e forse, quindi, anche l'anima.

E non ce la si può neppure prendere con la crudeltà del destino, perchè noi siamo ciò che pensiamo e il rimprovero può, tutt'al più, convergere sulla qualità della nostra stessa essenza.
Non si può inveire contro il destino perchè ha messo un ostacolo sulla nostra strada, ma casomai perchè ci ha fatto in un certo modo.
E questo stesso elucubrare intorno all'ossessività è sintomo di "non essere".

lunedì 19 ottobre 2009

Un'altra vita - La cura - Di passaggio... come dire, segunda-feira (de Lisboa)

"Non servono tranquillanti o terapie
ci vuole un'altra vita."

"Ti solleverò dai dolori e dai tuoi sbalzi d'umore,
dalle ossessioni delle tue manie."








[Eraclito - È la stessa cosa, che è viva e morta,

che è desta e dormiente, che è giovane
e vecchia. Queste cose infatti,
ricadono nel mutamento in quelle,
e quelle viceversa in queste.]



Franco Battiato