venerdì 4 febbraio 2011

Inviti Superflui

Buzzati tratteggia due categorie di uomini: coloro che calpestano ogni principio morale per sottrarsi alla dipartita finale e quelli che per amore dimenticano se stessi. Il protagonista, che non ha un buon rapporto con il figlio, è colto in una situazione che lo costringe a scegliere tra la propria vita e quella di un essere che lui ama. Dare il giusto valore a ciò che si ha, apprezzare le cose importanti già presenti nella propria vita significa non perdere tempo, mettersi sul cammino che conduce alla felicità: questo è il primo messaggio di speranza che s’intravede nelle storie di Buzzati. E se l’uomo non fosse poi così solo? Se la desolazione che avverte fosse soltanto cecità di fronte a ciò che avrebbe potuto renderlo già felice?

Il solo amore però non è sufficiente a colmare il vuoto interiore se l’uomo non ha ancora trovato se stesso; egli rincorre la persona amata, sola nella propria individualità, tentando di trovare in lei le risposte alle proprie inquietudini, piuttosto che frugare dentro di sé.

In "Inviti superflui" il narratore dedica parole speciali alla donna che ama. In seguito però l’uomo si accorgerà che questa non conosce le favole, che non sa parlare come lui, senza parole. La speranza di condividere il viaggio della vita viene meno quando si rende conto che l’amata è semplicemente diversa da lui e continuerà da solo il cammino, alla ricerca della propria interezza.

Vorrei che tu venissi da me in una sera d'inverno e, stretti insieme dietro i vetri, guardando la solitudine delle strade buie e gelate, ricordassimo gli inverni delle favole, dove si visse insieme senza saperlo.
Per gli stessi sentieri fatati passammo infatti tu ed io, con passi timidi, insieme andammo attraverso le foreste piene di lupi, e i medesimi genii ci spiavano dai ciuffi di muschio sospesi alle torri, tra svolazzare di corvi.

Insieme, senza saperlo, di là forse guardammo entrambi verso la vita misteriosa, che ci aspettava.Ivi palpitarono in noi per la prima volta pazzi e teneri desideri. "Ti ricordi?" ci diremo l'un l'altro, stringendoci dolcemente, nella calda stanza, e tu mi sorriderai fiduciosa mentre fuori daran tetro suono le lamiere scosse dal vento.

Ma tu - ora mi ricordo - non conosci le favole antiche dei re senza nome, degli orchi e dei giardini stregati. Mai passasti, rapita, sotto gli alberi magici che parlano con voce umana, né battesti mai alla porta del castello deserto, né camminasti nella notte verso il lume lontano lontano, né ti addormentasti sotto le stelle d'Oriente, cullata da piroga sacra. Dietro i vetri, nella sera d'inverno, probabilmente noi rimarremo muti, io perdendomi nelle favole morte, tu in altre cure a me ignote. Io chiederei "Ti ricordi?", ma tu non ricorderesti.

Vorrei con te passeggiare, un giorno di primavera, col cielo di color grigio e ancora qualche vecchia foglia dell'anno prima trascinata per le strade dal vento, nei quartieri della periferia; e che fosse domenica. In tali contrade sorgono spesso pensieri malinconici e grandi, e in date ore vaga la poesia congiungendo i cuori di quelli che si vogliono bene.

Nascono inoltre speranze che non si sanno dire, favorite dagli orizzonti sterminati dietro le case, dai treni fuggenti, dalle nuvole del settentrione. Ci terremo semplicemente per mano e andremo con passo leggero, dicendo cose insensate, stupide e care. Fino a che si accenderanno i lampioni e dai casamenti squallidi usciranno le storie sinistre delle città, le avventure, i vagheggiati romanzi. E allora noi taceremo, sempre tenendoci per mano, poiché le anime si parleranno senza parola.

Ma tu - adesso mi ricordo - mai mi dicesti cose insensate, stupide e care. Né puoi quindi amare quelle domeniche che dico, né l'anima tua sa parlare alla mia in silenzio, né riconosci all'ora giusta l'incantesimo delle città, né le speranze che scendono dal settentrione. Tu preferisci le luci, la folla, gli uomini che ti guardano, le vie dove dicono si possa incontrar la fortuna. Tu sei diversa da me e se venissi quel giorno a passeggiare, ti lamenteresti di essere stanca; solo questo e nient'altro.

Vorrei anche andare con te d'estate in una valle solitaria, continuamente ridendo per le cose più semplici, ad esplorare i segreti dei boschi, delle strade bianche, di certe case abbandonate. Fermarci sul ponte di legno a guardare l'acqua che passa, ascoltare nei pali del telegrafo quella lunga storia senza fine che viene da un capo del mondo e chissà dove andrà mai. E strappare i fiori dei prati e qui, distesi sull'erba, nel silenzio del sole, contemplare gli abissi del cielo e le bianche nuvolette che passano e le cime delle montagne.

Tu diresti "Che bello!". Niente altro diresti perché noi saremmo felici; avendo il nostro corpo perduto il peso degli anni, le anime divenute fresche, come se fossero nate allora. Ma tu - ora che ci penso - tu ti guarderesti attorno senza capire, ho paura, e ti fermeresti preoccupata a esaminare una calza, mi chiederesti un'altra sigaretta, impaziente di fare ritorno.

E non diresti "Che bello! ", ma altre povere cose che a me non importano. Perché purtroppo sei fatta così. E non saremmo neppure per un istante felici. Vorrei pure - lasciami dire - vorrei con te sottobraccio attraversare le grandi vie della città in un tramonto di novembre, quando il cielo è di puro cristallo. Quando i fantasmi della vita corrono sopra le cupole e sfiorano la gente nera, in fondo alla fossa delle strade, già colme di inquietudini. Quando memorie di età beate e nuovi presagi passano sopra la terra, lasciando dietro di sé una specie di musica.

Con la candida superbia dei bambini guarderemo le facce degli altri, migliaia e migliaia, che a fiumi ci trascorrono accanto. Noi manderemo senza saperlo luce di gioia e tutti saran costretti a guardarci, non per invidia e malanimo; bensì sorridendo un poco, con sentimento di bontà, per via della sera che guarisce le debolezze dell'uomo. Ma tu - lo capisco bene - invece di guardare il cielo di cristallo e gli aerei colonnati battuti dall'estremo sole, vorrai fermarti a guardare le vetrine, gli ori, le ricchezze, le sete, quelle cose meschine. E non ti accorgerai quindi dei fantasmi, né dei presentimenti che passano, né ti sentirai, come me, chiamata a sorte orgogliosa. Né udresti quella specie di musica, né capiresti perché la gente ci guardi con occhi buoni.

Tu penseresti al tuo povero domani e inutilmente sopra di te le statue d'oro sulle guglie alzeranno le spade agli ultimi raggi. Ed io sarei solo. È inutile. Forse tutte queste sono sciocchezze, e tu migliore di me, non presumendo tanto dalla vita. Forse hai ragione tu e sarebbe stupido tentare. Ma almeno, questo sì almeno, vorrei rivederti. Sia quel che sia, noi staremo insieme in qualche modo, e troveremo la gioia. Non importa se di giorno o di notte, d'estate o d'autunno, in un paese sconosciuto, in una casa disadorna, in una squallida locanda.

Mi basterà averti vicina. Io non starò qui ad ascoltare - ti prometto - gli scricchiolii misteriosi del tetto, né guarderò le nubi, né darò retta alle musiche o al vento. Rinuncerò a queste cose inutili, che pure io amo. Avrò pazienza se non capirai ciò che ti dico, se parlerai di fatti a me strani, se ti lamenterai dei vestiti vecchi e dei soldi. Non ci saranno la cosiddetta poesia, le comuni speranze, le mestizie così amiche all'amore. Ma io ti avrò vicina.

E riusciremo, vedrai, a essere abbastanza felici, con molta semplicità, uomo con donna solamente, come suole accadere in ogni parte del mondo. Ma tu - adesso ci penso - sei troppo lontana, centinaia e centinaia di chilometri difficili a valicare. Tu sei dentro a una vita che ignoro, e gli altri uomini ti sono accanto, a cui probabilmente sorridi, come a me nei tempi passati. Ed è bastato poco tempo perché ti dimenticassi di me. Probabilmente non riesci più a ricordare il mio nome. Io sono ormai uscito da te, confuso fra le innumerevoli ombre. Eppure non so pensare che a te, e mi piace dirti queste cose.

Dino Buzzati

giovedì 3 febbraio 2011

La prova di ciò che in me è più forte di me

"Ho bisogno di scrivere cose che in parte mi sfuggono, ma che rappresentano appunto una prova di ciò che in me è più forte di me”.

Albert Camus - Carnet, 1935/1960

martedì 1 febbraio 2011

Amore, vita, disperazione.

Non v'è amore per la vita senza disperazione di vivere.

Albert Camus

lunedì 24 gennaio 2011

Finché sei vivo, sentiti vivo

Non aspettare di finire l’università,
di innamorarti,
di trovare lavoro,
di sposart...i,
di avere figli,
di vederli sistemati,
di perdere quei dieci chili,
che arrivi il venerdì sera o la domenica mattina,
la primavera,
l’estate,
l’autunno o l’inverno.

Non c’è momento migliore di questo per essere felice.
La felicità è un percorso, non una destinazione.
Lavora come se non avessi bisogno di denaro,
ama come se non ti avessero mai ferito
e balla, come se non ti vedesse nessuno.
Ricordati che la pelle avvizzisce,
i capelli diventano bianchi e i giorni diventano anni.
Ma l’importante non cambia:
la tua forza e la tua convinzione non hanno età.
Il tuo spirito è il piumino che tira via qualsiasi ragnatela.
Dietro ogni traguardo c’è una nuova partenza.
Dietro ogni risultato c’è un’altra sfida.
Finché sei vivo, sentiti vivo.

Vai avanti, anche quando tutti si aspettano che lasci perdere.

(Madre Teresa di Calcutta)

domenica 16 gennaio 2011

Ricerca di un perchè

Ho cercato dentro ogni pagina, tra le righe e dietro il senso di ogni parola.
Ho smontato frasi, pensieri, azioni.
Ho provato a leggere nelle note, ho filtrato musica e versi con il cuore, mi sono lasciata trasportare dal ritmo, dalla melodia, dal timbro.
Ho accarezzato la roccia con le mani, ho raccolto terra e l'ho lasciata scorrere tra le dita perchè il vento, disperdendola, mi regalasse una chiave di lettura.
Ho chiuso gli occhi e ho lasciato che gli sci guidassero i miei movimenti, ancora incerti, sulla neve.
Ma non ho trovato un senso, perchè il dolore un senso non ce l'ha.
Il dolore, forse, ce lo inventiamo noi, si materializza nella sofferenza fisica, in quella mentale, nel disallineamento tra ciò che siamo e ciò che vogliamo.
Posso intravedere la causa del dolore ma non lo ragione profonda.
E se dietro gli occhi si legge l'anima, dietro il dolore non ci sono occhi.
Solo un urlo che non avrà mai abbastanza voce.

Oggi

Oggi, che è oggi?
Il giorno è già passato a metà.
Oggi, che è oggi?
Solo un altro giorno, il crepuscolo dell'anno.
Oggi, che è oggi?
Un'altra notte e un'altra alba.
Qual è il giorno nel quale sappiamo per che cosa speriamo o per che cosa temiamo?
Ogni giorno è il giorno dal quale dovremmo temere o sperare.
Un momento pesa quanto un altro.
Solo guardando indietro, scegliendo, diciamo, quello fu il giorno.
Il momento critico è sempre ora, e qui.
Proprio ora, in sordidi particolari l'eterno disegno può apparire.

Elliot, Assassinio nella cattedrale.

giovedì 13 gennaio 2011

cocci, aguzzi, di bottiglia nell'anima...